Provare invece di studiare troppo: perché le aziende puntano sulla capacità di attuazione
Sono sempre più richieste persone in grado di risolvere i problemi - non solo quelle che li analizzano in teoria. Su un silenzioso cambio di paradigma.
Di Paul Beerli, Presidente del consiglio di amministrazione
Mentre le università ampliano i loro programmi di master e le aziende per decenni hanno considerato i titoli accademici un segno di qualità, nell’economia si sta compiendo un silenzioso cambio di paradigma: sono sempre più richieste persone in grado di risolvere i problemi, non solo quelle che li analizzano in teoria.
In particolare le aziende orientate alla tecnologia e le start-up pongono una domanda provocatoria: quanto vale un titolo accademico in più se al contempo mancano esperienza pratica, forza di leadership e capacità imprenditoriale di attuazione?
Nella Silicon Valley la risposta è visibile da tempo. Molte giovani aziende tecnologiche reclutano volutamente laureati con bachelor invece di candidati con master. Non per scarsa considerazione della formazione accademica, ma per razionalità economica.
Mentre una parte dei laureati trascorre altri due anni in aula, altri accumulano già esperienza operativa: guidano team, hanno responsabilità di budget, vivono crisi, falliscono in progetti, negoziano con i clienti e imparano a prendere decisioni in condizioni di incertezza. In breve: acquisiscono esperienza di business, quella competenza che nessuna università può trasmettere. Perché per l’esperienza di business non esiste una scorciatoia teorica e nemmeno un master.
L’esperienza non è un difetto, ma un vantaggio competitivo
A lungo, soprattutto nei settori trainati dall’innovazione, ha dominato una narrazione: i giovani sono considerati curiosi, agili e aperti al nuovo. Ai manager più anziani si attribuisce invece spesso un’esperienza maggiore, ma minore flessibilità o propensione all’innovazione.
Questa visione è riduttiva: i manager più anziani davvero bravi si distinguono proprio per il fatto di unire esperienza e curiosità. Hanno vissuto cicli di mercato, riconosciuto sviluppi sbagliati, superato crisi e dispongono di una sensibilità per rischi e opportunità. Al tempo stesso restano disposti ad imparare e aperti a nuove tecnologie, modelli di business e cambiamenti sociali.
La differenza non sta nell’età, ma nell’atteggiamento. La curiosità senza esperienza può portare a un attivismo ingenuo. L’esperienza senza curiosità finisce nell’immobilismo. Un management eccellente nasce solo dall’unione di entrambe le qualità.
Che cosa cercano davvero oggi le aziende
Quando le aziende scelgono i quadri dirigenti, un altro fattore passa sempre più in primo piano: la personalità. Le conoscenze specialistiche restano importanti, ma raramente sono l’elemento distintivo decisivo. In un mondo in cui il sapere è disponibile in digitale in qualsiasi momento, le qualità umane acquistano un’importanza enorme.
La struttura della personalità descrive l’insieme delle caratteristiche psichiche stabili di una persona. Tra queste rientrano, tra l’altro:
- apertura a nuove esperienze
- coscienziosità
- estroversione
- amicalità nei confronti degli stakeholder
- stabilità emotiva
Queste caratteristiche influenzano direttamente la capacità di guidare team, risolvere conflitti, prendere decisioni e restare capaci di agire sotto pressione. Proprio nei mercati dinamici le aziende hanno bisogno di personalità dirigenti che pensino in modo analitico, sappiano comunicare e al tempo stesso restino resilienti.
Ancora più decisiva diventa però la struttura del carattere. Essa descrive il fondamento morale di una persona: valori, integrità, senso di responsabilità e il modo in cui qualcuno agisce quando le situazioni si fanno difficili. Il carattere non si mostra nel colloquio di assunzione, ma nelle crisi.
Negli ultimi anni le aziende hanno imparato che curriculum brillanti non sono una garanzia di buona leadership. Numerosi scandali aziendali non sono stati il risultato di una mancanza di intelligenza, ma di una mancanza di forza di carattere. L’economia cerca quindi sempre più manager che non solo producano risultati, ma creino anche fiducia.
La nuova realtà del mercato del lavoro
Il mercato del lavoro valuta oggi l’esperienza in modo diverso rispetto a dieci anni fa. I percorsi di carriera classici perdono importanza. Invece dei curriculum lineari contano risultati dimostrabili, capacità di adattamento e forza di attuazione. Un candidato che a 28 anni ha già avuto la responsabilità di progetti, clienti o collaboratori apporta spesso un valore aggiunto più immediato di qualcuno con titoli accademici eccellenti, ma senza prove pratiche.
Perché il management non è una disciplina puramente accademica. La leadership non si impara esclusivamente dai libri di testo. Si impara nei conflitti, nelle decisioni sbagliate, nelle trattative difficili e nel confronto con l’incertezza. La realtà dell’economia è più complessa di qualsiasi caso di studio.
Tutto ciò non significa che la formazione accademica sia superflua. Le università trasmettono pensiero analitico, competenza metodologica e basi teoriche. Proprio negli ambiti specializzati l’eccellenza scientifica e una formazione approfondita restano indispensabili.
Le aziende riconoscono però sempre più i limiti di una qualifica puramente accademica. Un titolo di master non sostituisce la responsabilità di leadership. Nessuna aula simula completamente la dinamica di un mercato reale. Nessun esame misura il coraggio imprenditoriale, l’intelligenza emotiva o la resistenza alle crisi. La domanda decisiva non è quindi più: «Quale titolo possiede una persona?», bensì: «Che cosa ha già realizzato questa persona?»
Il futuro appartiene a chi attua
L’economia entra in una fase di cambiamento permanente. Le tecnologie si sviluppano più rapidamente, i modelli di business diventano più volatili e i cicli decisionali più brevi. In un mondo simile acquistano importanza le persone capaci di unire teoria e pratica.
I manager di maggior successo del futuro non saranno né puri accademici né puri pratici. Sapranno imparare, pensare, mettere in discussione e al tempo stesso agire. Perché alla fine, in azienda, non conta quanto a lungo qualcuno abbia studiato. Ma se sa assumersi responsabilità, guidare le persone e fornire risultati.
